giovedì, gennaio 29, 2004

mercoledì, gennaio 28, 2004

Ecco i dieci eventi storici nei quali è stato lecito usare la parola “cazzo”:

 

  1. “Sta torre col cazzo che casca!” (Babele, 5000 a.C.)
  2. „Piogge  a tratti un cazzo!” (Noè, 4314 a.C.)
  3. “Santità, lo vuole davvero su quel cazzo di soffitto?” (Michelangelo, 1566)
  4. “Da dove cazzo sbucano tutti questi indiani?” (Generale Custer, 1877)
  5. “Cazzo! Ti somiglia un casino!” (Picasso, 1926)
  6. “E quella che cazzo è?” (Sindaco di Hiroshima, 1945)
  7. “Eddai! Chi cazzo vuoi che lo venga a sapere?” (Bill Clinton, 1999)
  8. “Cazzo! Non credevo che si arrabbiassero così tanto!” (Osama Bin Laden, 2001)
  9. „La vuoi o no quella cazzo di macchina?” (Il presidente della Fifa all’arbitro Moreno, giugno 2002)
  10. “Ma chi cazzo ho comprato?” (Il presidente dell’Inter, alla fine di ogni estate)

Vai Sean, non mollare mai!

Con ben tre nominations andate a vuoto negli ultimi 8 anni, Sean Penn può essere considerato un po' l'Inter degli Academy Awards: sembra sempre sul punto di vincere, ma poi... all'ultimo momento ecco il patatrac. La volta più clamorosa forse è stata nel 1995 (Dead Man Walking), quando forse avrebbe meritato di più del Nicolas Cage alcolizzato di Leaving Las Vegas (che poi si aggiudicò la statuetta). Faccia di legno Nicolas Cage. Una sola espressione facciale e nemmeno molto intelligente.

La domanda sorge spontanea: ce la farà al quarto tentativo?

Se vi piace Kusturica e Bregovic non potete perdervi Train de vie di Radu Mihaileanu (1998).
Io l'ho visto ieri in occasione del giorno della memoria

martedì, gennaio 27, 2004

Ragazzi...
ho avuto una mega soffiata, pare ci sia un toga party su
indimenticabili.
Andiamo tutti di la.

(Segnalazioni per) Teledipendenti insonni cinefili

Stanotte alle ore 1.35 su Italia 1 trasmettono American History X. Io però preferisco puntare il videoregistratore... (ah, un'oretta prima circa su Rete 4 c'è 2001 Odissea nello spazio)

La nuova destra prosegue nel suo disegno modernizzatore: sbattere in galera chi fuma uno spinello e legalizzare la delinquenza finanziaria. Ed io mi chiedo: perchè? perchè? perchè?

lunedì, gennaio 26, 2004

"Gli antenati di Harlock erano cavalieri erranti, vissuti in una favolosa terra tutta foreste e laghi chiamata 'Arcadia'. Quando gli esseri umani cominciarono a volare, superando in quest'arte persino gli uccelli, quei cavalieri erranti percorsero gli spazi a bordo di un astronave che battezzarono 'Arcadia, nostra giovinezza'. Tochiro Ooyama, in omaggio al suo migliore amico Harlock, battezzò la sua nave Alkadia".

La nave di Harlock, l'Alkadia. Un'astronave, una corazzata stile IIa guerra mondiale, un galeone... un mezzo unico, la migliore astronave dell'universo. Un piccolo ingegnere buffo che ha realizzato il suo sogno e lo ha chiamato "Alkadia". Già, ma "Alkadia" è la pronuncia giapponese di un nome carico di significati: Arcadia. Arcadia, terra di poeti, filosofi, artisti... terra di uomini liberi.

Ci fu un periodo della mia giovinezza in cui cominciai a cercare qualcuno a cui dare il titolo di eroe. Ero un bambino e il cordone ombelicale che mi collegava al resto del mondo era, oltre i miei genitori, la televisione. A cavallo degli anni 70/80 fu un periodo fortunato per i bambini come me. La televisione non era come ora, dominata da eroi di cartapesta, dal grande fratello, dalla Defilippi, da Buona Domenica. O forse c'erano anche loro, o meglio c'erano gli archetipi di quello che oggi viene considerata spazzatura televisiva. Ma oltre a tutto questo, vi erano autentici eroi, fatti di cartone, ma paradossalmente più reali di tutti i partecipanti di questo carnelave mediatico. Capitan Harlock fu uno di questi. E la sua astronave, ALKADIA (o Arcadia, secondo la traduzione italiana) non fu un mero oggetto di trasporto aereospaziale. ALKADIA fu un luogo, ove i residui di un'umanità ridotta ad una condizione di imbambolamento mediatico, indotto dal governo occupante, decisero di riappropriarsi della loro condizione di esseri umani veri, liberi, e di abbandonare la propria patria ed i propri simili. Questi loro simili, definitivamente rinchiusi in una prigione senza mura, la Terra, eternamente felici e inconsapevoli di essere schiavi di una società ormai morente. Cibato da ossessioni mediatiche, fu questo il mondo Capitan Harlock e il suo equipaggio lasciò, scegliendo l'esilio volontario. L'ALKADIA divenne quello che la Terra non poteva più offrire. Un luogo dove ognuno poteva ridiventare quello che aveva dimenticato di essere: un uomo libero.

Chiunque sia interessato a Capitan Harlock clicchi qui. L'introduzione è particolarmente bella..

Andate a visitare il sito di questo mio amico.
E' veramente un grande.

domenica, gennaio 25, 2004

Foe featuring Topper: foto ricordo di una vacanza al confine

sabato, gennaio 24, 2004

Buon compleanno Mac

Il 24 gennaio 1984 la Apple presentava al mondo il Macintosh. In questi vent'anni sono cambiate molte cose, tranne una: la Apple continua a tracciare la strada, gli altri la seguono...

ho sconfitto il ronchetto con questo:

giovedì, gennaio 22, 2004

COSA NE PENSATE?

Questo è un film che tutti dovrebbero vedere..

mercoledì, gennaio 21, 2004

COSA NE PENSATE?

Questa e' bella, qualcuno si e' collegato a forzafeccio con un provider di nome tula, dalla Federazione Russa, utilizzando Explorer 5.x e soprattutto (questa e' la cosa strana) su Mac OS.

lunedì, gennaio 19, 2004

Il blog consiglia vivamente: 21 Grammi

È il primo film che ho visto nel 2004. Speriamo di mantenerci a questo livello per tutto l'anno...

venerdì, gennaio 16, 2004

C’erano troppi uomini quella sera che corteggiavano Lucy, l’unica donna che meritava le mie attenzioni; decisi perciò di andarmene, lasciandola al suo calvario. Del resto sono dell’idea che cento turisti davanti ad un Caravaggio equivalgono alla soppressione del Caravaggio. Finito di bere in fretta il mio cocktail, a base di rhum delle Antille, uscii dal locale.

Apatico, trasandato, divertofobico, camminavo solingo, fissando il riverbero giallo delle lampare sul porfido bagnato dalla pioggia. Il miagolìo dei gatti randagi, perennemente in amore o affamati, scandiva il mio lesto rientro.

Entrato in casa mi trovai a calpestare una busta ingiallita che qualcuno aveva infilato sotto la porta, e dalla quale usciva una lettera.

Stappai una bottiglia di birra olandese, marca Grolsch, diedi un paio di boccate con la pipa, dolce tabacco Gauloises, confezione azzurra, di importazione francese. A proposito, lessi anche un po’ di francese, preparandomi all’ imminente viaggio a Grenoble: grammaire de la langue française, ed un paio di poesie di Baudelaire, su quei libretti economici che si trovano nelle edicole, col testo in lingua originale a fronte.

Accesi il giradischi, per far seguire a quel rilassante silenzio notturno una romantica e disperata last version di Lover man, eseguita da quel genio luciferino che era Charlie Parker.

Sul tavolo in legno di noce, tra la lampada in vetro lavorato ed un antico calamaio, ecco che vidi saltellare allegramente un vecchio tronchetto valtellinese. L’ affilato arnese cominciò ad aggirarsi per la casa, come il naso di Gogol che allegramente visitava Pietroburgo.

Presi sonno con molta difficoltà quella notte; troppi ricordi, troppi pensieri...futili e confuse conclusioni. E poi quel dannato ronchetto valtellinese.

Pensavo all’idea di dargliela vinta, a quella donna, furba e perfida al tempo stesso, manovratrice di intelletti, giostraia e abile funambola, trasformista, lucido e freddo lapislazzuli.

Ormai assopito, accolto benevolmente dal fin troppo colorato e festaiolo mondo onirico, venni aggredito tutto d’un tratto dal redivivo ronchetto, che sino ad allora era rimasto immobile come il formica leone prima di uncinare la malcapitata preda. Quasi manovrato da un’esperta mano assassina tentò ripetute volte di colpirmi alla vena giugulare. La lotta durò ore ed ore, fino ai primi bagliori dell’alba. Sfinito, con qualche ferita ed un conto in sospeso con la morte, terminai di sbarbarmi allo specchio, il solito specchio, quello trovato dal rigattiere, con la cornice in radica scura.

Asciugai con cura il rasoio, lo riposi nella scatola verde, e mi cosparsi la pelle del viso con un dopobarba alcolico francese.

Lessi la lettera, la riposi insieme a tutte le altre, e compiaciuto uscii ad acquistare il giornale, prima di recarmi, come ogni santa mattina, sul posto di lavoro.

giovedì, gennaio 15, 2004

"Se c'è un luogo al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E' tempo. Tempo che passa. E basta". A.Baricco

sabato, gennaio 10, 2004

Da che mondo è mondo, i più importanti statisti si sono circondati di “artisti di regime”, scelti perché potessero riverberare, con la loro arte e secondo elevati canoni estetici, l’illuminante grandezza del proprio leader. Luigi XIV ebbe Le Notre e Racine, Napoleone ebbe David, Hitler ebbe Leni Riefensthal, Mussolini (che disse”non si può governare ignorando l’arte e gli artisti!”) ebbe Sironi e Piacentini, Stalin ebbe Gorkij, Salazar ebbe Amalia Rodrigues, Kennedy ebbe Frank Sinatra. Per non essere da meno, Silvio Berlusconi ha scelto per se Mariano Apicella, chitarrista e cantore napoletano…

 

Per chi vota Mariano Apicella? Ora che ho incontrato Silvio, voterò...secondo te? E me lo chiedi pure?

 

L’oggetto della sua casa a cui tiene di più.  Una macchinina rossa, della Ferrari. Me l’ha mandata Paolo Fresco a Natale. Che emozione! La tengo sulla mia scrivania e me la guardo sempre. Se mio figlio prova a giocarci gli taglio la mano!

 

Chi era il suo idolo giovanile?  Braccio di ferro!

 

Com’è il napoletano di Berlusconi?  Non correttissimo. A volte mi dice dei testi in italiano-napoletano ed io cerco di tradurlo. Però scrive parole bellissime! (“senza te il giorno è vuoto e la notte è triste” ndr)

 

Qual è la cosa che preferisce fare, a parte suonare?  Mangiare la pasta.

 

Se fosse un elettrodomestico, quale vorrebbe essere?  Visto il fisico che c’ho direi un frigorifero, con tante cose da mangiare dentro! Mi sentirei molto accudito!

 

(intervista di Arthur Cravan pubblicata su ZERO2 del Dicembre 2003)

mercoledì, gennaio 07, 2004

Indovina l'incipit

Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di vedere in un posto come questo a quest'ora del mattino. E invece eccoti qua, e non puoi certo dire che il terreno ti sia del tutto sconosciuto, anche se i particolari sono confusi. Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero. Il locale è lo Heartbreak oppure il Lizard Lounge. Tutto diventerebbe più chiaro se potessi fare un salto in bagno a sniffare una bella riga di Tiramisu Boliviano. Una vocina dentro di te insiste che questa epidemica mancanza di chiarezza è già il risultato di un eccesso di biancolina. La notte ha ormai girato quell'impercettibile chiavetta con cui si passa dalle due alle sei del mattino. Tu sai benissimo che il momento è arrivato e passato, ma non sei ancora disposto ad ammettere di aver superato il limite oltre il quale tutto è effetto collaterale gratuito e paralisi di terminazioni nervose. A un certo punto avresti potuto decidere di fermarti, ma sei andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca, e adesso stai cercando disperatamente di cavalcarla. In questo momento il tuo cervello è uno schieramento di soldatini boliviani. Sono stanchi e infangati per la lunga marcia attraverso la notte. Hanno i buchi nelle scarpe, hanno fame. Hanno bisogno di sostentamento, di un po' di Tiramisu Nazionale.

(Soluzione dell'indovinello: Jay McInerney, "Le mille luci di New York")

... a seguire:
"Lo Zen e l'arte di superare un capodanno"
Presto, nelle migliori librerie uscira':
"Lo Zen e l'arte di organizzare un capodanno"

sabato, gennaio 03, 2004

Capodanno Incantato ed Indimenticabile

 

Noi dello staff abbiamo organizzato il cenone di capodanno.

Il luogo, un castello Incantato, arroccato sui bricchi del novarese, dolci saliscendi che portano, come per magia, sulle rive di due stupendi laghi.

La padrona della tenuta era una bella vecchina dai capelli bianchi.

Fuori una carrozza aspettava gli invitati; era portata da un gobbo che era senza un braccio. Questo losco figuro, per via del suo incidente, sospettavo ci odiasse, dato che ci chiamava polipi e brontolava sempre ghignando con fare sinistro.

Gli ospiti, dopo un giorno e una notte di viaggio, giunsero al Castello. Mai avevano visto nella loro vita una cosa simile! C’erano stanze di ogni colore, sofà di velluto, lampadari di cristallo e magnifici specchi. Nelle camere e pei corridori passavano bellissime fatine vestite di veli con scarpette argentate e dal portamento divino.

Gli ospiti illustri, coccolati dalle fatine e dalla vecchina, hanno vissuto una festa indimenticabile, mangiando prelibatezze di ogni genere bagnate da vino francese e stappando bottiglie di champagne alla tanto attesa mezzanotte. I balli e i canti sono proseguiti per tutta la notte.

Solo al mattino seguente, passata la sbornia, abbiamo scoperto che il castello incantato era in verità un bordello, la vecchina la tenutaria e le fatine tutte puttane.

 

(..la versione dei fatti può non essere attendibile..)